Edoardo De Candia, artista leccese da rivalutare

Sono trascorsi oltre vent’anni dalla morte di Edoardo De Candia (Lecce, 1932-1992), l’artista salentino che più di ogni altro ha incarnato – suo malgrado – il cliché dell’artista libero ed estremo. Se molti dei suoi compagni di strada e dei suoi sostenitori hanno preferito il comodo calore medioborghese, De Candia fino alla fine ha vissuto da uomo libero, eroe di una piccola provincia svagata e bigotta. Ma ha avuto energia, un incontenibile afflato di poesia e visualità che gli hanno consentito di concepire un numero sterminato di opere, spesso dense di una forza espressiva che lascia il segno nel suo essere sintetica e pregnante, immediata e eroica.

Con Edoardo De Candia presso la Galleria Osanna di Nardò

Una produzione – di dipinti su carta e tela, in particolare – che attende di essere catalogata, studiata e pubblicata. Dalle pareti dello storico Bar Martinica nel centro storico, alle case di pochi attenti collezionisti e sostenitori autentici, le sue carte sono disseminate un po’ ovunque in città. Ma non mancano le opere di dubbia autenticità, su cui bisognerà intervenire prima o poi.
Il rapporto con la natura è un punto di partenza imprescindibile per comprendere buona parte della sua ricerca, il legame con il mare e il paesaggio costiero è infatti determinante. Così come quello con il corpo che nel corso degli anni Ottanta approda a una dimensione visibilmente erotica ed estrema. La tecnica non è un valore, spesso dipinge su fogli o manifesti, i colori sono quelli industriali, e talvolta per diluirli adotta l’acqua di mare. Non c’è tempo e non ci sono i soldi, c’è l’urgenza.

 

De Candia

Un primo tentativo di ricostruzione del percorso artistico e biografico di Edoardo De Candia è stato tracciato dal poeta Antonio Verri in Edoardo, un cavaliere senza terra edito nel 1988 sulle pagine di «Sudpuglia». Verri – che gli è stato a lungo amico – esordisce accennando al falò che – in una sera d’estate del 1954 – è appiccato alle spalle del Castello Carlo V di Lecce da De Candia e Francesco Saverio Dòdaro, suo amico. Gesto estremo che per i due è metafora di liberazione dal proprio passato artistico: De Candia brucia dipinti eseguiti sotto l’influenza di Michele Massari, mentre Dòdaro brucia le sue opere informali per dedicarsi completamente alla ricerca poetica sperimentale; secondo quest’ultimo: «da quelle ceneri iniziò la rinascita di Edoardo».

Fotografia di Maurizio Buttazzo

L’attenzione di Verri per l’operato di De Candia è frutto di una duratura frequentazione e collaborazione che ha coinvolto anche altri operatori culturali. Nel 1992 De Candia muore. L’alcool, i continui ricoveri in manicomio l’hanno annientato. Aldo Bello gli dedica due pagine sul Televideo della Rai: «Amico degli estimatori d’arte e ostile agli speculatori, ha creato una situazione borgesiana, dipingendo una parte delle marine con acqua di mare; tele, dunque, destinate all’autodistruzione nel giro dei prossimi dieci anni»; parole queste che vengono riportate da Silvia Cazzato, la quale evidenzia fondatamente un richiamo ad «un fauvismo tutto suo, eppure di valore universale». Nel 1998 vengono pubblicati due libri: Edoardo De Candia. Considerazioni inattuali di Stefano Donno e Edoardo di Antonio Massari. L’attenzione di Donno e Massari è incentrata sul dato biografico, che viene a tratti romanzato; ma d’altronde, per dirla con Ennio Bonea, De Candia era «un personaggio romanzesco, di quelli […] perseguitati dalla sorte ma felici di vivere, emarginati dal consesso civile conformista».